Treviso (domenica, 3 agosto 2025) — Nel cuore delle province venete, con particolare riferimento alla città di Treviso, si era consolidata una secolare tradizione legata al consumo rituale del vino bianco, praticata con regolarità ogni anno il 1° agosto. Questa usanza, radicata profondamente nel tessuto sociale e culturale locale, prevedeva il consumo di un piccolo bicchiere di vino bianco – generalmente un dosaggio di “due dita” – a digiuno, nelle prime ore del mattino, prima di iniziare la colazione quotidiana.
di Alice Grieco
L’origine di tale pratica affondava le sue radici in antiche credenze popolari, secondo le quali quel gesto avrebbe avuto la funzione di proteggere gli individui dalla cosiddetta “febbre d’estate” e dal pericolo rappresentato dal morso dei serpenti, entrambe minacce che aleggiavano nelle zone rurali e paludose tipiche della regione. L’uso rituale venne inoltre associato a una leggenda che narrava di una regina d’Ungheria, colpita da una febbre malarica mentre si trovava nelle campagne tra Venezia e Padova. Secondo il racconto tramandato, la sovrana sarebbe stata miracolosamente guarita grazie all’intervento di una badessa di un convento locale, la quale le fece assumere del mosto di vino bianco fermentato, portandola a una remissione sorprendente della malattia. Questo evento leggendario rafforzò la credenza secondo cui il consumo mattutino di vino bianco il primo giorno di agosto potesse scacciare malattie e avversità.
Con il passare del tempo, la superstizione originaria si era trasformata in un momento di forte coesione sociale e di festosa convivialità, divenendo un’occasione per esprimere auguri di prosperità e benessere. Tale rito celebrava non solo la tradizione popolare, ma anche il legame intimo e inscindibile tra la comunità, il ciclo delle stagioni agricole e i prodotti del territorio, tra cui spiccavano il rinomato Prosecco e altri vini bianchi autoctoni. Ancora oggi, benché con forme e significati in parte evoluti, questa tradizione sopravvive nelle campagne venete come testimonianza viva del folklore locale e come rito propiziatorio che ricorda il passato e la memoria collettiva di una comunità profondamente connessa alla propria terra e alle sue storie.
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