Arezzo (giovedì, 28 agosto 2025) — La natura, in questa estate generosa, ha offerto un dono che molti appassionati di boschi e campagna non hanno tardato a cogliere: le more selvatiche. Piccoli frutti neri e lucidi, dolci ma al tempo stesso caratterizzati da una nota acidula inconfondibile, che nulla hanno a che vedere con i prodotti da scaffale della grande distribuzione. A sottolinearlo è Augusto Tocci, agronomo, botanico e divulgatore scientifico, il quale da anni studia e racconta le potenzialità gastronomiche delle risorse spontanee del territorio.
di Alice Grieco
Complice l’andamento climatico favorevole, i rovi che punteggiano campagne, colline e margini dei sentieri di Arezzo e della sua provincia si sono caricati in queste settimane di frutti abbondanti e ben formati. Una stagione, spiegano gli esperti, non solo generosa ma anche leggermente anticipata rispetto alla media.
Le more di rovo spontaneo presentano caratteristiche che le distinguono nettamente dalle varietà coltivate: più piccole, più aromatiche e, soprattutto, raccolte da piante spinose che richiedono qualche cautela in più.
La prima regola, sottolinea Tocci, è evitare i rovi che crescono lungo le strade trafficate, poiché i frutti assorbono facilmente gli inquinanti prodotti dai gas di scarico. Molto meglio scegliere luoghi incontaminati, lontani da fonti di inquinamento e più vicini alla naturalità dei boschi e dei campi.
Un altro errore comune è raccogliere i frutti ancora rossi, con la speranza che maturino successivamente. In realtà, solo le more completamente mature sono adatte al consumo: si staccano con facilità dal picciolo e sprigionano tutto il loro sapore senza l’astringenza tipica delle bacche acerbe.
Quanto all’equipaggiamento, non servono guanti – che spesso rendono più complicata la raccolta – ma abiti adeguati. Pantaloni lunghi, maniche resistenti e scarpe robuste proteggono dai graffi inevitabili dei rovi. Un piccolo uncino può risultare utile per avvicinare i rami più carichi senza rischiare di pungersi.
Il passo successivo alla raccolta è la trasformazione. È fondamentale che le more vengano lavorate in tempi rapidi, per non perdere freschezza e profumo. La marmellata di more selvatiche resta il grande classico: intensa, profumata e incomparabile rispetto alle versioni industriali. Unica accortezza: utilizzare un passino per eliminare i semi, che pur non essendo nocivi possono risultare fastidiosi al palato.
Tocci suggerisce anche una preparazione curiosa e scenografica, che chiama “Sangue di more”: le bacche vengono conservate in barattolo con un poco di zucchero e acqua, sterilizzate a bagnomaria fino a diventare sciroppate, e successivamente impiegate per arricchire ricette semplici come una frittata dolce dal colore rosso intenso.
Le possibilità non finiscono qui. Le more si prestano a guarnire dolci e crostate, possono essere congelate per arricchire gelati in inverno, oppure utilizzate per sciroppi e tisane. Il liquore di mora esiste, ma l’esperto consiglia di preferire altri frutti per questo tipo di preparazione.
La raccolta delle more, un tempo attività quasi scontata per le famiglie rurali, sta tornando di moda. Sempre più persone riscoprono il piacere di trascorrere ore all’aria aperta, di camminare lungo i sentieri e di coinvolgere i più piccoli in un rito che unisce tradizione, movimento e convivialità.
Non si tratta soltanto di portare a casa un cestino di frutti: è una vera esperienza di benessere naturale, che combina l’attività fisica, il contatto diretto con la terra e la soddisfazione di trasformare con le proprie mani il raccolto in preparazioni casalinghe.
Come conclude Tocci, “la mora selvatica non è soltanto un frutto: è memoria, cultura e partecipazione. È un piccolo simbolo di libertà che unisce la semplicità della natura con il piacere della tavola”.
Tag: augusto tocci, more selvatiche, tradizione Last modified: Agosto 28, 2025


