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Quando l’orrore abita la normalità: il delitto Venier e la tragedia della dipendenza affettiva

Gemona del Friuli (venerdì, 8 agosto 2025) — In un angolo apparentemente quieto del Friuli Venezia Giulia, dove la quotidianità scorre lenta tra i panorami prealpini e i gesti misurati di una comunità riservata, si è consumata una tragedia che ha scosso nel profondo l’intero tessuto sociale e umano del territorio. Un crimine che pare aver infranto il confine stesso tra affetto e follia, tra legami familiari e devastazione emotiva.

di Alice Grieco

Nel cuore della località Tobaga, una villetta anonima – oggi divenuta teatro di un’indagine che ha assunto contorni sempre più inquietanti – ha accolto l’ultimo respiro di Alessandro Venier, 35 anni. L’uomo è stato ritrovato senza vita, il suo corpo sezionato e occultato in un bidone, cosparso di calce viva nel tentativo di cancellare le tracce dell’orrore.

A confessare il delitto, con parole tanto fredde quanto lucide, è stata la madre della vittima, Lorena Venier, 61 anni, infermiera di professione, che davanti agli inquirenti ha dichiarato: “Sono stata io, e so che ciò che ho fatto è mostruoso”. Una confessione spiazzante nella sua semplicità, che ha aperto le porte a uno scenario familiare gravemente compromesso da dinamiche emotive disturbate, dove il dolore si è trasformato in ossessione, e l’amore – quello materno e quello romantico – ha assunto tinte tragicamente distorte.

A gettare ulteriore ombra sull’accaduto è l’arresto di Mailyn Castro Monsalvo, trentenne di origini colombiane e compagna di Alessandro, nonché madre della loro figlia di sei mesi. Secondo quanto emerso dalle indagini, le due donne – Lorena e Mailyn – condividevano un legame profondo, per certi versi quasi simbiotico, tanto che l’infermiera avrebbe definito Mailyn “la figlia che non aveva mai avuto”. Un’affermazione che, nel contesto dell’inchiesta, assume oggi i tratti inquietanti di una co-dipendenza affettiva degenerata in una perversa alleanza criminale.

La Procura di Udine intende ora contestare alle due donne anche l’aggravante della premeditazione. Le modalità dell’omicidio sembrano confermare la volontarietà e la pianificazione del gesto: Alessandro sarebbe stato prima sedato con potenti farmaci e poi soffocato con un laccio, in un’esecuzione priva di esitazioni. Solo in seguito, con metodica freddezza, il corpo è stato smembrato e abbandonato all’interno di un contenitore di plastica, poi nascosto nella proprietà.

L’aspetto forse più sconcertante dell’intera vicenda è la gestione del “dopo”: Lorena avrebbe continuato a recarsi al lavoro come se nulla fosse accaduto, fino al 30 luglio, mentre Mailyn usciva regolarmente di casa con la neonata, passeggiando tra le strade di Gemona con l’apparente serenità di una giovane madre. Un comportamento che lascia trasparire una capacità di dissimulazione allarmante, segno di una determinazione calcolata e implacabile.

Nonostante l’assenza di evidenti tracce ematiche, gli investigatori ritengono che la scena del crimine sia stata minuziosamente ripulita. Il bidone è stato prelevato dai Vigili del Fuoco e affidato all’istituto di medicina legale per eseguire l’autopsia, che dovrà chiarire tempi, cause e modalità della morte.

Dietro questo gesto estremo si celerebbe una fitta rete di tensioni familiari. Alcuni conoscenti della famiglia parlano di contrasti irrisolti, di sospetti mai affrontati apertamente e di rapporti logorati da anni di incomprensioni. Alessandro, privo di occupazione stabile, si dedicava alla compravendita di materiali militari recuperati nei boschi friulani. Nei suoi progetti, un futuro in Colombia, terra d’origine della compagna, dove sperava di iniziare una nuova vita con la propria famiglia: una casa in mezzo alla natura, una sorta di rifugio per ricominciare.

Un’idea che, però, pareva ostacolata dalla madre e da Mailyn stessa, entrambe riluttanti a trasferirsi oltreoceano. Un desiderio di fuga che si è trasformato in campo di battaglia emotivo, finché la tensione ha trovato sbocco nell’irreparabile. L’ipotesi investigativa è che la decisione di eliminare Alessandro sia maturata proprio in questo contesto: un rifiuto assoluto verso il cambiamento, condito di paura per la sorte della neonata e, forse, anche da gelosie sotterranee e dinamiche relazionali alterate.

Il caso ha suscitato un’ondata di sgomento nell’intera regione. Gemona del Friuli, già teatro della memoria collettiva per la tragedia del terremoto del 1976, si trova ora a fare i conti con una lacerazione intima e inaspettata: quella di un delitto maturato nel ventre di una famiglia “normale”, invisibile tra tante. La domanda che molti si pongono, ancora senza risposta, è come un gesto tanto estremo possa aver preso forma sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno cogliesse i segnali del disastro imminente.

Nel frattempo, la figlia di Alessandro e Mailyn – una bambina di appena sei mesi – è stata affidata ai servizi sociali. La sua sarà un’esistenza segnata da un’origine tragica, da un dolore che nessun tempo potrà del tutto cancellare.

Un dolore che diventa anche monito collettivo: perché dietro i muri di ogni casa possono annidarsi silenzi pesanti, pressioni emotive, dipendenze affettive che, se ignorate, possono sfociare in gesti estremi. Non è solo cronaca nera: è un appello alla comprensione profonda delle dinamiche familiari, alla necessità di ascoltare, di osservare, di intervenire.

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Tag: , , Last modified: Agosto 8, 2025
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