Scritto da 5:51 am Arezzo, Cultura

La forma del cielo: la pittura cosmica di Dina Cangi alla quarta edizione di “Mappature – Geografie dell’arte contemporanea”

Arezzo (domenica, 31 maggio 2026) — Prosegue la quarta edizione di Mappature – Geografie dell’arte contemporanea con La forma del cielo, mostra personale di Dina Cangi che ripercorre oltre venticinque anni di ricerca pittorica in un itinerario coerente e circolare, sospeso tra osservazione del reale e tensione immaginativa. Un percorso espositivo che si configura come attraversamento più che come sequenza cronologica, e che mette in relazione cielo, materia e visione cosmica.

di Alice Grieco

Le opere realizzate tra il 1999 e il 2025 restituiscono l’idea di un movimento continuo, non lineare, ma orbitale. La ricerca di Cangi non procede per progressioni ordinate, bensì attraverso un dinamismo di allontanamento e ritorno, assimilabile ai cicli celesti o a quei processi interiori che, nel tempo, ritornano ai propri nuclei originari trasformati.

Le dieci opere esposte delineano una traiettoria che muove dalla terra verso una progressiva rarefazione. Le prime immagini si concentrano su cieli osservati e trattenuti: nuvole, aperture luminose, atmosfere sospese che sembrano membrane sensibili attraversate dalla luce.

In questa fase iniziale, il cielo non è mai semplice sfondo, ma presenza attiva, organismo percettivo e spazio emotivo. La pittura si misura con una superficie viva, in costante mutazione, che accoglie e riflette lo sguardo.

Nel tempo, la materia pittorica si alleggerisce e le forme si allontanano dalla riconoscibilità. L’immagine sembra attraversare un processo di trasformazione assimilabile a quello della materia cosmica: condensazione, esplosione, dispersione. La luce viene seguita fino al punto in cui cessa di descrivere il visibile e inizia a suggerire possibilità.

L’emergere dell’immaginario astronomico contemporaneo, alimentato dalle nuove immagini dello spazio, non produce nell’artista un approccio documentario. Ne deriva piuttosto una condizione percettiva prossima alla vertigine, in cui lo spazio perde la sua sola dimensione scientifica per diventare territorio mentale e abitabile dall’immaginazione.

Le nebulose assumono così la forma di paesaggi interiori osservati da una distanza estrema. I pianeti si presentano con la fragilità di strutture organiche, mentre alcune opere evocano esplosioni stellari, aperture, iridi, ferite luminose e soglie percettive.

Il rapporto tra macrocosmo e microcosmo si assottiglia fino a una possibile sovrapposizione: corpo e universo sembrano condividere una medesima grammatica invisibile, una struttura comune che la pittura tenta di avvicinare senza mai definirla completamente.

Il percorso espositivo si configura come un’esperienza assimilabile a una deriva del pensiero o a una sospensione della memoria: un progressivo distacco dalle coordinate del riconoscibile a favore di uno spazio in cui l’orientamento perde centralità. In questo contesto, la dimensione scientifica resta sullo sfondo, mentre emerge una percezione fisica e sensibile del mistero.

Quanto più l’opera si allontana dalla terra, tanto più restituisce una condizione profondamente umana. L’ignoto, nella ricerca di Dina Cangi, non assume mai carattere ostile o estraneo, ma si configura come luogo di proiezione: uno spazio in cui desideri, paure e interrogativi persistono e si riflettono.

L’intero percorso si chiude come un’orbita compiuta. Il ritorno non coincide con l’origine, ma con uno sguardo trasformato. Ciò che permane non è una risposta sull’universo, bensì una diversa intensità dello sguardo e una rinnovata esperienza della meraviglia.

Dina Cangi, nata ad Arezzo nel 1947, vive e lavora nella stessa città. Nel corso della sua attività ha sviluppato un linguaggio pittorico personale, sospeso tra osservazione e immaginazione, attraversando con continuità i territori della figurazione e dell’astrazione.

La sua ricerca si concentra su cieli, luce, fenomeni atmosferici e, nelle fasi più recenti, sulle immagini del cosmo e dei corpi celesti. Le opere nascono da un’attenzione costante al reale, per poi trasformarsi in spazi interiori in cui materia, colore e luce costruiscono paesaggi mentali ed emotivi.

L’interesse per astronomia, antropologia e archeologia accompagna da tempo il suo lavoro, contribuendo a definire una pratica che intreccia percezione, memoria e dimensione del meraviglioso. Nelle sue tele il cielo non è mai rappresentazione statica, ma luogo di attraversamento e possibilità.

Nel corso della carriera ha partecipato a numerose esposizioni personali e collettive in Italia e all’estero, mantenendo una ricerca coerente e in costante evoluzione.

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Last modified: Maggio 31, 2026
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