Arezzo (venerdì, 8 agosto 2025) — Gabriella Salvietti è il volto e la voce di una generazione di donne che hanno vissuto, costruito e trasformato un pezzo fondamentale della storia industriale e sociale aretina. La sua è una testimonianza che attraversa quasi quattro decenni di lavoro alla Lebole, storica azienda tessile che ha rappresentato un pilastro per l’economia locale e, soprattutto, per l’emancipazione femminile in un’Italia che, tra gli anni Sessanta e Settanta, stava ancora imparando a conoscere e riconoscere il valore del lavoro delle donne.
di Alice Grieco
Salvietti ha varcato le porte della fabbrica a soli 18 anni. Era il 1962 e lo stabilimento si trovava ancora alla Chiassa. Originaria di Cortona, come tante altre giovani dell’epoca provenienti dalle aree limitrofe, si fece strada in un mondo del lavoro che solo da poco aveva iniziato a includere davvero le donne. Da allora, per 36 anni, ha lavorato alla Lebole: non solo come operaia – “facevo i colli delle giacche”, ricorda – ma anche come figura di riferimento, una presenza su cui contare, una voce partecipe delle tante battaglie condotte dalle lavoratrici.
Gabriella, con la modestia che caratterizza chi ha davvero vissuto l’impegno quotidiano, tiene a precisare: “Non sono stata la paladina di nessuno. Da sola non ho fatto nulla, ma insieme alle mie colleghe sì”. Ed è proprio su questo senso profondo di collettività che si fonda l’intera esperienza delle cosiddette Leboline – un appellativo affettuoso, ma anche carico di significato identitario.
Le conquiste furono tangibili e frutto di determinazione, tenacia e solidarietà. Tra le più significative, l’organizzazione dei trasporti per collegare lo stabilimento con le quattro vallate aretine: “All’inizio arrivavamo alla stazione e proseguivamo a piedi lungo i binari, mettendo a rischio la nostra sicurezza. Poi decidemmo di attivarci: andammo in tutti i 39 comuni della provincia. Poco dopo, c’erano 26 pullman che portavano le operaie da casa fino alla fabbrica”.
Non si fermarono lì. Le donne della Lebole trasformarono progressivamente uno spazio vuoto in un ambiente di lavoro vivo e dignitoso. Crearono una mensa – prima condividendo tegamini portati da casa, poi ottenendo una vera sala ristoro – e costruirono asili, anticipando di fatto le politiche di conciliazione tra lavoro e maternità che sarebbero arrivate solo molti anni dopo. “La Lebole era uno scatolone vuoto – racconta Gabriella – noi lo abbiamo riempito, giorno dopo giorno, con il nostro lavoro, le nostre idee, la nostra presenza”.
La Lebole, per molte, rappresentò molto più di un posto di lavoro. Era sinonimo di indipendenza, autonomia, realizzazione personale. “Per tante di noi – spiega Salvietti – significava uscire di casa, avere uno stipendio proprio, potersi permettere una casa, una macchina, un matrimonio scelto. In un’epoca in cui le donne erano ancora viste come figure ausiliarie nella società, quel reddito era un atto di libertà”.
Un’affermazione che acquista ancora più significato se messa a confronto con il contesto sociale del tempo. “Quando gli operai del Fabbricone scioperavano, i commercianti chiudevano in segno di rispetto. A noi, invece, dicevano di tornare a casa a fare le casalinghe. Ma noi andavamo avanti. Sempre a testa alta, nei nostri camici color carta da zucchero”.
Il legame creatosi tra le lavoratrici è andato ben oltre il turno di lavoro. All’interno della fabbrica molte sono diventate amiche, alcune si sono sposate, sono diventate madri, poi nonne. Ancora oggi quel vincolo rimane vivo e concreto: “Quando ci riuniamo per i pranzi o le cene, arriviamo fino a 300”, racconta con orgoglio Gabriella. Una vera e propria comunità.
Nel 2002 la fabbrica chiude. Una ferita profonda per chi vi aveva speso tutta la vita. “Vedere quell’area abbandonata è stato doloroso – dice Gabriella – sembrava che nessuno volesse più ricordare ciò che avevamo costruito”. Ma ora, qualcosa sembra cambiare.
L’area ex Lebole è stata recentemente acquistata da Patrizio Bertelli, patron di Prada. Le ex lavoratrici non hanno perso tempo: hanno scritto una lettera all’imprenditore per chiedere che, all’interno del nuovo progetto, venga dedicato uno spazio alla memoria storica dell’azienda e delle donne che l’hanno resa grande. Bertelli ha risposto positivamente. “Siamo grate – dice Gabriella – perché nessuno deve dimenticare cosa siamo state: non solo operaie che cucivano completi da uomo, ma donne che hanno tracciato strade per le altre donne”.
Oggi Gabriella Salvietti racconta la sua storia alle nuove generazioni, quelle che spesso ascoltano incredule: “Davvero era così?”. Sì, era così. E se oggi molte donne vivono conquiste e diritti, è anche grazie a chi, come le Leboline, ha fatto quel primo passo fuori casa, ha alzato la voce quando era più facile abbassarla, ha costruito spazi condivisi dove prima c’era solo vuoto.
“La Lebole era la nostra famiglia. Ci ha permesso di realizzare i sogni di ragazze che sono entrate con il grembiule e ne sono uscite con la pensione. È giusto che tutto questo venga ricordato. E siamo certe che così sarà”.
Tag: Gabriella salvietti, lebole, leboline Last modified: Agosto 8, 2025

