Arezzo (sabato, 4 ottobre 2025) — Un’intera comunità si è stretta attorno a Sandro Mugnai, l’artigiano aretino imputato di omicidio per la morte del vicino Gezim Dodoli, avvenuta il 5 gennaio 2023 durante una drammatica lite culminata in colpi di fucile e sangue. A guidare la fiaccolata di solidarietà, lungo le vie del centro, non è voluto mancare don Natale Gabrielli, storico sacerdote di San Polo, che martedì 30 settembre è stato chiamato a testimoniare dinanzi alla Corte d’Assise di Arezzo.
di Alice Grieco
L’ingresso del parroco nell’aula della Vela ha rappresentato uno dei momenti conclusivi di un processo che ha diviso opinione pubblica e commentatori giuridici: un caso che mette in discussione i confini tra la legittima difesa e l’omicidio volontario, in un intreccio di paure, reazioni e responsabilità che la giustizia è ora chiamata a ricomporre.
Era la sera dell’Epifania quando, secondo la ricostruzione accusatoria, Gezim Dodoli, 57 anni, si presentò con una ruspa gialla – un mezzo meccanico JCB, ribattezzato poi “il merlo” nei fascicoli processuali – davanti all’abitazione della famiglia Mugnai. L’uomo, in un’escalation ancora difficile da spiegare, iniziò a colpire le auto parcheggiate e successivamente la stessa struttura della casa.
A quel punto, Sandro Mugnai, 55 anni, impugnò una carabina Browning Traquer, caricata con munizioni da cinghiale. Secondo l’accusa, i primi colpi sarebbero stati esplosi in un momento in cui la vita degli occupanti non era in immediato pericolo, ma soltanto i beni materiali risultavano minacciati. Gli esperti dei Ris hanno rilevato fino a otto spari, con alcuni colpi partiti da dietro rispetto alla traiettoria della ruspa.
L’imputato, tuttavia, ha sempre sostenuto la tesi opposta: quei colpi furono l’estremo gesto di difesa, in una notte di panico, per salvare se stesso e i suoi cari da un’aggressione percepita come inarrestabile. La dinamica, secondo la procura, culminò con un colpo fatale esploso mentre l’escavatore era in fase di retromarcia.
La vicenda processuale si gioca su una linea sottile e complessa: stabilire se Mugnai abbia agito per necessità di difesa immediata e proporzionata o se, al contrario, il suo comportamento debba essere qualificato come omicidio volontario aggravato dall’eccesso.
La pubblica accusa, rappresentata dal pm Laura Taddei, sostiene la sproporzione della reazione armata. La difesa, guidata dagli avvocati Marzia Lelli e Piero Melani Graverini, insiste invece sul principio della legittima difesa piena, invocando l’impossibilità per l’imputato di sottrarsi diversamente all’offesa.
La Corte, presieduta dal giudice Anna Maria Loprete, ascolterà martedì non solo don Natale, ma anche il perito balistico di parte, prima di avviarsi verso la discussione finale.
Nel frattempo, la città ha dato prova di compattezza attorno all’imputato. Durante la fiaccolata di venerdì, amici, conoscenti e comitati civici hanno manifestato vicinanza a Mugnai, trasformando l’iniziativa in un momento di riflessione collettiva sul diritto alla difesa e sui limiti dell’uso delle armi. Presenti anche esponenti politici locali, tra cui Cristiano Romani della Lega, che hanno ribadito il principio “la difesa è sempre legittima”.
Figura centrale nella vicenda, don Natale Gabrielli ha richiamato alla memoria biblica di Davide contro Golia per descrivere la posizione di Sandro Mugnai: “Lo conosco da anni e so che è una persona perbene. Non cercava lo scontro, è stato costretto. Se qualcuno ci avesse minacciato con una ruspa, cosa avremmo fatto al suo posto?”.
Il sacerdote, pur non mancando di esprimere compassione per la vittima, ha insistito sul principio “in dubio pro reo”, sostenendo che il comportamento di Dodoli, pur dopo i primi spari, fosse assimilabile a una sorta di “suicidio volontario”, poiché proseguì nella sua azione distruttiva nonostante fosse consapevole della reazione armata in atto.
La conclusione del processo è attesa entro la fine dell’anno. La decisione della Corte d’Assise non definirà soltanto il destino giudiziario di un uomo, ma contribuirà a chiarire, ancora una volta, quale sia il confine tra difesa e punibilità, tra paura e responsabilità penale, tra istinto di sopravvivenza e legalità.
Il caso Mugnai, al di là della drammaticità dei fatti, resta un banco di prova per la giustizia italiana, ma anche per una comunità che continua a interrogarsi su cosa significhi difendere la propria casa, la propria famiglia e, in ultima analisi, la propria vita.
Last modified: Ottobre 4, 2025


