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Addio a Giuseppe “Beppe” Rosi, il fotografo della “Rovesciata d’Oro”: una vita a bordocampo e un gesto entrato nella leggenda

Arezzo (martedì, 5 agosto 2025) — Il mondo dello sport e della fotografia piange Giuseppe Rosi, per tutti semplicemente Beppe, storico fotografo sportivo legato indissolubilmente a una delle pagine più emozionanti del calcio aretino. Rosi si è spento improvvisamente giovedì 31 luglio all’età di 70 anni, colto da un malore durante una vacanza all’Isola d’Elba insieme alla famiglia. La notizia della sua scomparsa ha rapidamente attraversato la comunità aretina, lasciando un vuoto profondo tra amici, colleghi e appassionati di sport.

di Alice Grieco

Giuseppe Rosi non era solo un fotografo, ma un testimone attento e partecipe della storia dell’Arezzo Calcio. Il suo nome è legato in modo indissolubile a un episodio che ha ormai assunto i tratti del mito: la celebre “rovesciata d’oro” di Menchino Neri, realizzata il 9 giugno 1985 contro il Campobasso, un gesto atletico e simbolico che ancora oggi risuona nei cuori dei tifosi.

Quella sera di inizio estate, sul campo del Comunale, Menchino Neri aveva appena fallito un calcio di rigore e si era accasciato a terra, sconfortato, con il volto tra le mani e le ginocchia piegate a terra. Giuseppe era lì, con la macchina fotografica tra le mani, al bordo del campo. Ma in quel momento non scattò alcuna foto: si avvicinò, lo incoraggiò. “Torna in campo, segnerai tu il gol decisivo. Sei il nostro capitano!”, gli disse. E così fu. Neri tornò in campo, si rialzò e pochi minuti dopo realizzò quella che sarebbe passata alla storia come la rovesciata più importante della sua carriera e forse dell’intera storia del club.

Lo scorso 9 giugno, in occasione del quarantesimo anniversario di quell’indimenticabile gesto sportivo, Rosi aveva partecipato alla serata celebrativa organizzata dal Museo Amaranto, fondato da Stefano Turchi. Durante l’evento, intervistato dal giornalista Riccardo Buffetti, aveva raccontato per la prima volta in pubblico quelle parole sussurrate al capitano, custodite in silenzio per quattro decenni. Il pubblico presente, commosso, aveva tributato un lungo applauso a quel gesto semplice ma determinante, capace di cambiare le sorti di una partita e di imprimersi nella memoria collettiva.

«Un carissimo amico ci ha lasciato» – ha scritto in una nota il Museo Amaranto – «Giuseppe (Beppe) Rosi è stato per tantissimi anni una presenza costante a bordo campo, al Comunale. Solo un mese fa abbiamo celebrato insieme la ricorrenza della “Rovesciata d’Oro”, un momento in cui Beppe ebbe un ruolo importante, rimandando in campo Menchino in uno dei momenti più delicati della sua carriera. Per noi, per la mia famiglia, se ne va un amico vero, presente tanto nei momenti felici quanto in quelli difficili. Un abbraccio ti raggiunga fino al cielo, caro Beppe. E un pensiero affettuoso a Patrizia, Lisa, Simona e a tutta la sua famiglia».

La figura di Giuseppe Rosi va oltre quella del fotografo di bordo campo. Era un osservatore sensibile, un uomo capace di cogliere l’essenza umana dello sport, pronto a intervenire con discrezione nei momenti chiave, come fece quel giorno del 1985. Il suo obiettivo non era solo quello della macchina fotografica, ma quello del cuore: sapeva vedere l’uomo dietro l’atleta, l’emozione dentro il gesto tecnico, l’umanità dietro la competizione.

Con la sua scomparsa, Arezzo perde una figura di riferimento, un archivista delle emozioni sportive, un amico sincero e un protagonista silenzioso di una delle storie più belle del calcio italiano di provincia. La sua voce non riecheggerà più a bordo campo, ma il suo ricordo resterà impresso per sempre nella memoria di chi ama lo sport come racconto, come comunità, come gesto che unisce.

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Tag: , , Last modified: Agosto 5, 2025
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